Il papa è arrivato ieri in Catalogna per la benedizione della Sagrada Familia. Da diverso tempo Barcellona si era preparata per riceverlo. Ciascuno a modo suo, ovviamente.
Era pronta da diverso tempo la sicurezza. O almeno, così facevano credere prima che fosse pubblicata la farsesca notizia che i piani-sicurezza sono stati letteralmente persi per strada. Ad ogni modo, è un dato di fatto che quattro corpi di polizia hanno operato massicciamente in questi giorni (Policia Nacional, Guardia Civil, Guardia Urbana, Mossos d’Esquadra) con una presenza dirompente e capillare in tutta la città. Da un paio di giorni la sveglia a tutta Barcellona la davano gli elicotteri che sorvolano la città o le sirene delle macchine di polizia che si muovevano di qua e di là. Stamattina, lungo le due file dei 3,5 km che la papamobile ha percorso dalla Cattedrale alla Sagrada Familia, c’era un poliziotto ogni 3 metri.
Erano pronti da tempo anche i politici catalani. Molti di loro hanno espresso appoggio alla visita, come con lo stucchevole “manifesto catalanista di benvenuto al papa” pubblicato da La Vanguardia qualche giorno fa. Firmato, è bene precisarlo, non solo dai capi di Convergencia (forza democristiana e nazionalista probabile vincitrice delle prossime elezioni catalane previste per il 28 novembre) ma anche da diversi dirigenti del Partito Socialista Catalano e persino dal presidente di ERC, la Sinistra Repubblicana Catalana. Perché tanto sostegno al capo della gerarchia cattolica, proprio da parte dell’establishment catalano e catalanista, tradizionalmente etichettato come progressista anche nei suoi ambienti più cattolici, se non altro per la contrapposizione plurisecolare con la Castiglia e Madrid, bastioni del cattolicesimo bigotto, inquisitore e coloniale?
A loro dire, semplicemente perché il papa avrebbe letto una parte della messa in catalano. Cosa puntualmente avvenuta stamattina. Apparentemente è bastato questo per ingraziarsi l’elite politica catalana di ogni colore, che ha letto in questo gesto nientemeno che un riconoscimento di rango internazionale alla Catalogna, alla sua storia e al suo desiderio di autonomia. Quel manifesto è l’ennesima dimostrazione di quanto sia difficile distinguere nazionalismi “buoni” e “cattivi”, progressisti e conservatori, oppressi e oppressori. E di quanto ben più spesso, appaiano accomunati dall’opportunismo e dalla celerità nel mandare a farsi fottere qualunque principio pur di vedere “riconosciuto” (???) il proprio cortile e la propria bandierina.
Ma c’è anche un altro motivo, molto meno simbolico-nazionale-culturale, molto più tangibile. Come già detto prima, il 28 novembre la Catalogna va al voto. Ed è ben noto che l’illusione di prendere qualche voto in più alla vigilia delle elezioni, con il facile mezzo di una banale propaganda filo-cattolica, oltrepassa qualunque confine e qualsiasi schieramento.
Jo no t’espero
Alla visita di del papa, si sono preparate anche le voci contrarie. A Barcellona non è certo marginale il malcontento nei confonti della visita, e più in generale dell’ingerenza cattolica nella vita civile e politica catalana e spagnola. Alla manifestazione organizzata giovedì dalla piattaforma “Jo no t’espero”, il coordinamento di associazioni e movimenti in difesa della laicità, hanno partecipato circa 5.000 persone, un dato discretamente positivo vista la scarsa presenza delle ragioni della protesta sui media e l’assenza di grandi organizzazioni tra i promotori (partiti e sindacati della sinistra si sono guardati bene dal promuoverla). Oltre alla presenza di attivisti, era visibile una nutrita presenza di semplici cittadini e diverse persone di mezza età, persino qualche anziano. La partecipazione “composita” a livello generazionale è dovuta probabilmente a due ragioni. Uno è la memoria della dittatura franchista, e lo stretto legame tra questo e la gerarchia ecclesiastica spagnola, una percezione ancora viva per chi ha vissuto quel periodo. Non a caso, diverse volte dal palco si sono ricordate le tante mani insanguinate che i papi hanno stretto negli ultimi decenni, i dittatori benvoluti e i regimi appoggiati: Franco, come Videla, Pinochet, ecc. Del resto, il permanere di certe ferite del passato sembra ancora viva non solo da “questa” parte: ieri lo stesso papa ha riecheggiato i fantasmi dell’ anticlericalismo repubblicano negli anni ’30, paragonandolo al crescente secolarismo della Spagna contemporanea. Parole pesanti, sprezzanti. Tanto che, pare, siano state accolte con freddezza persino dal governo di Zapatero. A proposito di quest’ultimo va ricordato che, nonostante i provvedimenti assai innovativi intrapresi negli scorsi anni sui diritti civili (coppie di fatto e legge sui matrimoni omosessuali, traguardi notoriamente impensabili in Italia...), da un po’ di tempo si è tirato il freno a mano sul processo di separazione tra Stato spagnolo e Chiesa. Lo dimostra la vicenda della legge sulla libertà religiosa, che riformerebbe finalmente il rapporto fra Stato Spagnolo e chiesa (regolato dal Concordato del 1953, pieno franchismo…) insabbiatasi perché il PSOE teme di indebolire ulteriormente il consenso dell’opinione pubblica verso il proprio governo. Non a caso, più volte in questi giorni il governo si è bullato di avere “buone relazioni” con il Vaticano.
Un altro fattore decisivo per la mobilitazione è l’immane spesa pubblica per la realizzazione della visita. Le regioni di Galizia e Catalogna hanno speso almeno almeno 3 milioni di euro ciascuno, ma si arriva a stimare un dispendio complessivo di almeno 30 milioni per le casse pubbliche. Di certo non sembra la spesa più utile e legittima in tempi di crisi, di tagli e di presunto rigore economico. E vale la pena ricordare che in Spagna, non diversamente che in Italia, la chiesa ancora gode di grandi benefici economici e fiscali, come il contributo IRPF (analogo all’8xmille) e altri finanziamenti pubblici di varia natura.
Lo sdegno per lo spreco di risorse pubbliche si è sovrapposto alla abituale opposizione contro le posizioni medievali della Chiesa sui temi di morale e coscienza. E le manifestazioni sono state diverse. Il bacio collettivo gay/lesbian, di cui mezza città parlava da settimane chiedendosi se si sarebbe potuto realizzare o no, si è felicemente consumato stamattina, proprio di fronte alla papamobile che si dirigeva verso la Sagrada Familia. Meno fortunato è stato il corteo anti-papa del sindacato CGT previsto per ieri pomeriggio nelle vicinanze di Plaza Catedral: la polizia catalana ha circondato i manifestanti (che erano non più di un centinaio) chiudendoli per quasi tre ore in un cerchio di pochi metri quadrati, minacciandoli di caricarli e intimando a chiunque passasse lì intorno di andarsene. Nei dintorni della Cattedrale, era proibito circolare con i simboli della protesta: adesivi e spillette “Jo no t’espero” venivano automaticamente sequestrati ai controlli. Chi scrive ne è testimone diretto.
Guai rovinare la festa a JR. L’immenso apparato della sicurezza ha scelto non solo di reprimere, ma di prevenire il dissenso sociale e civile. Quel dissenso che a Barcellona si è espresso poco più di un mese fa con un vigore inaspettato. Era il 29 settembre, giorno dello sciopero generale: Barcellona fu il teatro di tensioni tra movimenti e polizia, poi degenerate in violenti scontri che hanno lasciato sul terreno danni materiali, feriti, arresti. Lo scenario di questi giorni era ovviamente diverso: diversi i temi della protesta, diversa la modalità delle mobilitazioni. Però era visibile, nel comportamento e nella strategia del mastodontico apparato di sicurezza, il timore che la situazione potesse sfuggire un’altra volta di mano, questa volta sotto gli occhi del mondo e con un ospite ingombrante da ricevere e proteggere.
Questo fine settimana volge al termine, e con un po’ di sollievo. Un fine settimana di paure. Certo, sottotraccia, latenti, simboliche, ma sempre di paure si tratta. Le paure ancestrali (che il papa non ha mancato di ribadire), quelle che l’istituzione-chiesa cerca di trasmettere da secoli ed ancora oggi per reiterare influenza politica e potere economico. Nonostante una presenza reale nella società spagnola – e non solo - sempre più risibile. La paura del mastodontico apparato di sicurezza che un cartello, un adesivo, una spilletta o un bacio di protesta potessero compromettere il pomposo cerimoniale. Le paure dei comuni cittadini, non sempre a loro agio con le tante restrizioni, limitazioni e disagi a cui sono stati ripetutamente sottoposti in questi giorni. Le paure dei manifestanti che una semplice manifestazione di dissenso potesse fare male, molto male: prendersele dai Mossos d’Esquadra è evidentemente più doloroso di un anatema di Ratzinger o di una condanna all’inferno. Ma ora basta con queste paure. Da domani Barcellona torna alla vita, e alle paure, di tutti i giorni.